#salvaiciclisti pavia

Pavia a misura di bicicletta
ciclisti e pedoni

Caro amico (pedone) ti scrivo

Il 16 novembre scorso la Provincia Pavese pubblicava la lettera del signor Enrico V.; potete leggere la lettera qui: Ciclisti sui marciapiedi, un problema da risolvere subito (nella stessa pagina potete trovare anche vari commenti). Il 19 novembre, sempre sulla Provincia Pavese, nel blog “Lettere al Direttore”, veniva pubblicata un’altra lettera, dello stesso tenore (potete leggere la lettera e la risposta del Direttore qui: Ciclisti, pedoni e marciapiedi da condividere).

Avete letto? Ok, ora proseguiamo. Noi avevamo già trattato la questione della condivisione degli spazi urbani commentando un video nel quale alcuni cittadini si lamentavano del fatto che l’allea di Viale Matteotti veniva percorsa dai ciclisti (leggi Quando si lamentano i pedoni); la nostra conclusione di allora era semplice: la strada è uno spazio da condividere quanto più possibile, con rispetto e tolleranza da parte di tutti; e quando ci fossero problemi di conflittualità, anzichè scagliarsi contro questa o quella categoria di utenti, bisognerebbe avere la capacità di valutarli nel contesto generale e di portarli a chi ha il dovere di costruire spazi fruibili e sicuri per tutti, affinchè possano essere risolti.
Lasciamo qui alcune lettere che ci sono arrivate in risposta al signor Enrico V. Le pubblichiamo non con l’intento di creare polemiche, ma per dare la possibilità a tutti di valutare il problema in un contesto più generale.

Volete più educazione da parte dei ciclisti? Volete togliere le bici dai marciapiedi? Si costruiscano più piste ciclabili e si tolgano auto e moto in sosta dai marciapiedi, restituendone il pieno utilizzo ai pedoni e perché no, ai ciclisti, purché si traccino le strisce di demarcazione. Per garantire sicurezza, le piste ciclabili dovrebbero essere efficientemente affiancate alle strade, possibilmente separate da muretti o semplicemente da strisce… ma non avviene così a Pavia. Le piste si interrompono nei tratti più pericolosi, costringendo il ciclista (che si trova davanti alla scelta se salvare la propria pelle o dar fastidio ad un pedone) a salire sul marciapiede. Ciò avviene anche in Strada Nuova o Corso Cavour, arterie storiche percorse da autobus, camion e taxi lanciati in piena velocità e per nulla attenti alle esigenze di pedoni e ciclisti.
E’ vero, l’educazione va osservata da chi va in bici, come è altrettanto vero che gli automobilisti devono manifestare più senso civico nei confronti delle loro potenziali vittime. Ricordiamo (e non è pleonastico, considerati i commenti retrogradi di alcuni lettori qui riportati…) che in caso di scontro tra auto e ciclista (o pedone), chi ci perde la vita non è mai il primo. Più di 2500 vittime in 10 anni è un tragico record nazionale che ci auspichiamo di poter azzerare, grazie ad un cambio di mentalità, sia a livello sociale, che individuale.

Ilaria C.

Vergognarsi del “bike pride”?** Vergognarsi perchè esiste o perchè si chiama così o perchè i suoi partecipanti sono degli esseri umani, al pari degli altri che circolano con mezzi a motore, ma più vulnerabili di questi ultimi? E come questi ultimi (ma in misura di gran lunga molto meno pericolosa per l’integrità fisica degli altri) a volte sono costretti a compiere delle infrazioni, come quella imputabile di salire sul marciapiedi privo di pista ciclabile tracciata?
Ci si vergogna forse perchè, per ottenere ciò che in altre Nazioni ed in altre città di questa stessa Nazione è già una consolidata realtà da anni, qui da noi ci si debba riunire e manifestare la nostra indignazione sfilando per le vie cittadine e costringendo a bloccare il traffico degli indaffarati ed operosi automobilisti (col rischio magari che nel corteo si infiltri il solito facinoroso con la bandiera anti TAV e le squadre d’ordine siano composte da pericolosi propagandisti della sinistra radicale)… è questo che mette la tremarella?
Si guardi invece alla sostanza della cosa e si tralascino i particolari. Mai come in questo caso si è avuto bisogno dei risultati concreti che solo una azione collettiva e condivisa può dare. Altrove le piste sono state costruite allorchè se ne presentò il bisogno, in modo razionale e completo, e chi ne usufruisce è tenuto a rispettare le regole del codice della strada così come dovrebbe accadere sulle strade. Qui da noi, nonostante il bisogno, testimoniato dalle statistiche dei morti ammazzati dalle automobili e dai mezzi pesanti, non solo tra i ciclisti ma anche, e in maggior numero, tra i pedoni, non si fa nulla, e questa è “La Vergogna “: assistere impassibili alla quotidiana strage di chi sceglie d’andare a piedi o in bici per gli spostamenti urbani e, pur avendone il potere e i mezzi, o potendo distogliere le risorse da utilizzi meno necessari, accettare passivamente lo status quo. Il pedone inorridito dall’estrema tracotanza del ciclista che sale sul marciapiedi non ciclabile, si rassereni e volga lo sguardo subito più in là; vedrà allora il marciapiedi occupato dalle auto in sosta (ma ciò non sembra costituire oggetto d’indignazione), in strada invece il traffico è di tale scorrevolezza da risultare incontrollabile e alle strisce pedonali sono pochi gli educati a fermarsi. Per il resto sono convinto che l’imbecille (in latino, imbecillis voleva dire “debole”) viaggia sia a piedi che in bicicletta o in auto. Quando è appiedato non rappresenta un grosso pericolo, se non per se stesso, in bicicletta è in grado di nuocere pochissimo, con qualche sgradevole scampanellata alle spalle che fa sussultare o, nei casi peggiori, un braccio rotto; in automobile invece ha per le mani uno strumento di morte e lo sa usare benissimo. La legge però non si occupa direttamente di educare l’imbecille ma di difendere gli altri dalle sue pericolose azioni.

Massimo F.

**: riferimento al commento di Mirella G. “Il lettore ha ragione; i ciclisti, pur avendo ragione riguardo alla pericolosità delle strade (anch’io ho dovuto spesso rinunciare alla bicicletta), si comportano da parte loro come i peggiori degli automobilisti…passando, così, dalla parte del torto. I vigili su questo fronte non esistono: i ciclisti possono sfrecciare sui marciapiedi, non usare le piste ciclabili, non usare le luci di sera, passare sulle strisce pedonali incuranti dei pedoni e dei tempi di frenata delle auto e, ogni tanto anche insultare automobilisti e pedoni. Pur amando la bicicletta, mi vergogno del Bike Pride”.

Gentile Enrico,
so che la tua lettera non è indirizzata a me, ma al Direttore della Provincia Pavese; tuttavia, trattandosi di una lettera pubblica (meglio, pubblicata) ed essendo io uno dei tanti che a Pavia usa la bicicletta per spostarsi ogni giorno, mi permetto di risponderti (e di darti del “tu”).
Da ciclista urbano, ossia da ciclista che usa la bicicletta per muoversi in città e non per fare le scampagnate la domenica, ti dico che hai ragione a lamentarti del fatto che alcuni ciclisti usano il marciapiede, soprattutto se lo fanno senza moderare la velocità e senza curarsi di chi si muove a piedi. E’ chiaro a tutti (come non potrebbe esserlo?) che si tratta di comportamenti che violano il Codice della Strada ed altrettanto chiaro è che sia doveroso da parte dei Vigili Urbani sanzionarli.
Questi ciclisti “selvaggi”, come tu li definisci, sono innanzitutto cittadini selvaggi: sono gli stessi che, messi al volante di un’auto, la guidano premendo a fondo sull’acceleratore infischiandosene dei limiti di velocità, gli stessi che quando sono in Posta a pagar bollette non rispettano la fila, gli stessi che se hanno da buttare un vecchio televisore lo lasciano per strada senza portarlo in discarica, gli stessi che lasciano scritte con lo spray sulle facciate dei palazzi, gli stessi che, quando vanno al mare, sotterrano i mozziconi di un’intera giornata passata in spiaggia sotto la sabbia. Il problema, a mio parere, non sono i ciclisti, ma i selvaggi; cresce continuamente la mancanza di senso civico, la maleducazione, l’indifferenza nei confronti delle esigenze degli altri. Il problema esiste e sono d’accordo con te sulla necessità di evidenziarlo affinché qualcuno vi ponga rimedio; ma il problema non sono i ciclisti, il problema sono i selvaggi, gli incivili.
Perché ci tengo a spostare l’attenzione? Perché se fissiamo il particolare e dimentichiamo il contesto generale rischiamo di non cogliere il vero problema e, quindi, di non risolverlo: dividendo la strada in categorie di utenti, rischieremmo crociate varie e tutte sostanzialmente giuste: pedoni contro ciclisti, ciclisti contro pedoni (indisciplinati anche molti di loro, ti assicuro …), automobilisti contro ciclisti, camionisti contro automobilisti, e via dicendo. Questa divisione in categorie non ha senso, perché il problema è trasversale e non dipende dal mezzo che si usa; nessuna “categoria” ha torto o ragione in senso assoluto; la divisione va fatta, ed è quella che rispecchia la realtà, fra civili ed incivili (i selvaggi di cui parlavamo prima). In strada, siamo tutti per prima cosa pedoni; questa dimensione, anche se usiamo spesso la bici o la macchina, non la perdiamo mai; motivo principale per cui, come ti dicevo, la divisione in categorie e la difesa campanilistica di questo o di quel gruppo a poco serve.
Cosa serve allora?
Per risolvere il problema degli incivili e dei maleducati (alcuni dei quali usano la bici e si comportano come tu hai descritto), se fosse possibile, chiederei uno spargimento generalizzato, sulle teste di tutti, di granu salis; questo servirebbe ad eliminare molti problemi sui marciapiedi, sulle ciclabili ed in mille altri posti. Ma questo non è possibile, per cui conviene rassegnarsi al fatto che qualche incivile lo incontreremo sempre sul nostro cammino; ne incontreremmo meno, certo, se famiglia, scuola ed istituzioni si impegnassero di più nell’educazione dei giovani; ma qui il discorso si fa lungo …
Per risolvere il problema più generale delle biciclette che invadono i marciapiedi, bisogna chiedere agli amministratori comunali strade più sicure. Già, perché tra i ciclisti che tu vedi sui marciapiedi, oltre ai selvaggi (forsennati, arroganti e prepotenti) di cui abbiamo parlato prima, ci sono anche persone per bene (li riconosci perché di solito non scorrazzano, si muovono piano, ed usano la cortesia di dar la precedenza ai pedoni) che si rifugiano sui marciapiedi per evitare di venire uccisi. Uccisi, sì; e non esagero. Nella tua lettera parli di disgrazie che prima o poi potrebbero capitare; io ti parlo di disgrazie o, meglio, di omicidi, che vengono perpetrati continuamente: lo scorso anno in Italia sono morte in bicicletta quasi 300 persone ed oltre 16.000 sono state ferite. Non per sminuire il problema che tu poni, ma le statistiche confermano che un incidente tra bicicletta e pedone (e sono pochi, vista la bassa velocità dei coinvolti) si risolve nella maggior parte dei casi con al massimo qualche escoriazione; i ciclisti uccisi sulle strade italiane negli ultimi dieci anni sono stati oltre duemila.
Ti lamenti, caro Enrico, delle biciclette che invadono i marciapiedi, ed hai ragione a farlo, soprattutto se chi lo fa si dimostra arrogante e prepotente; ma va detto, non per giustificare comportamenti sbagliati, ma per comprendere la natura del fenomeno, che molte strade di Pavia sono pericolose per chi sceglie di usare la bicicletta.
Cosa serve, quindi? Bisogna rendere le strade più vivibili per tutti, renderle più a misura d’uomo: moderare la velocità delle auto nelle zone residenziali, collegare bene piste e corsie ciclabili, eliminare le auto dai marciapiedi, sviluppare ed incentivare il trasporto pubblico. Questo serve, e serve davvero a tutti: ai pedoni, ai ciclisti, anche agli automobilisti.

Amedeo C.

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1 Commento

  1. Enrico

    Caro Enrico,
    un po’ di tolleranza reciproca tra pedoni e ciclisti non guasterebbe. A patto di andare a velocità molto bassa, non ritengo sia pericoloso che le bici utilizzino i marciapiedi quando la strada diventa insidiosa e mancano le piste ciclabili. Abbiate un po’ di pazienza anche voi pedoni così come noii ciclisti ne abbiamo nei vostri confronti quando passeggiate in mezzo a C.so Garibaldi, Strada Nuova e C.so Cavour.

    Saluti e BUONE FESTE!

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